Cronache terrestri #1

Genere e numero approssimativo di battute: drammatico (ispirato a un fatto di cronaca), 4200 battute

Gli sfondano la vetrina della tabaccheria direttamente con l’auto. Sono in due: uno di loro sembra sapere bene quello che fa; l’altro invece ha l’aria di essere il complice che esegue e basta, preso com’è dalla frenesia che tutto questo finisca il prima possibile. Hanno spaccato il distributore automatico e adesso caricano le stecche sulla macchina. Le luci intorno si sono accese, c’è anche un chiacchiericcio preoccupato che esce dalle case di sopra. Ci abita pure il proprietario, di sopra. Ed è lui che poco dopo scende a vedere che succede. Non ci sono avvertimenti né scene da film, con lunghi preamboli che aumentano la tensione e tutto il resto. Soltanto qualche colpo di pistola. Quella che ha in mano in effetti è una calibro 9 semiautomatica: particolare del tutto irrilevante rispetto al risultato che ha ottenuto, a pensarci bene. Eppure sono molti i momenti nei quali, rigirandosela tra le mani come un bene prezioso, l’ha osservata sperando in fondo di poterla usare, un giorno. Scoprirà solo in seguito che il fatto di detenerla con regolare porto d’armi non costituisca affatto un’attenuante. Uno dei due, quello che dava l’idea di essere più imbranato, insomma il gregario della situazione, si è buttato dietro il bancone appena ha sentito gli spari. Quell’altro no. Per essere in piedi è ancora in piedi, ma ora, in mezzo alla strada, mostra un’andatura tutt’altro che diritta. Anzi, visto così da dietro, tutto rattrappito e con passo claudicante, sembra la figura di un vecchio zoppo che porta con sé un mistero, uno di quelli da leggenda popolare o qualcosa del genere. Fa qualche decina di metri prima di cadere a terra. Adesso quel mistero se l’è portato con sé, chissà che gli girava in testa.

Al processo che si tiene circa quattro anni dopo, quando leggono la sentenza lui ha un mancamento. Come tutta la sua famiglia, del resto. Deve farsi quasi tre anni in carcere per eccesso di legittima difesa e risarcire di oltre trecentomila euro i parenti della vittima. Quel quasi e quell’oltre sarebbero due ulteriori note irrilevanti se lette in un qualsiasi racconto, due momenti di pura approssimazione che alludono alla verità senza dirla sul serio. Ma qui, a guardare il tizio che ha appena ascoltato le parole del giudice, l’unica cosa approssimativa che rimane è la sua vita, dei puntini di sospensione in una pagina scritta a metà. È per questo che non ricorda con precisione quello che gli è stato appena detto, e tutti quei numeri che ha sentito cadono sul pavimento per poi frantumarsi. Le lacrime al contrario gli rimangono incollate agli occhi. Anche oggi, che sta rimuginando in una cella buia alla quattro del mattino, non sa se lasciarle andare oppure trattenerle ancora.

Il telegiornale del mattino non è proprio il massimo per cominciare la giornata”, gli viene da pensare mentre fa colazione. Annovera la notizia del tabaccaio giustiziere nella sfera del probabile e sa che un giorno, magari, parlando con gli amici la pescherà all’occorrenza per dire che sì, queste cose possono succedere davvero. Poi si accorge che è tardi, meglio spegnere la tv, lavarsi i denti e uscire. Quando scende in strada si accorge di un’altra cosa: ieri sera s’è dimenticato di spostare la macchina, merda. C’era il lavaggio della strada e soltanto ora riesce a ricostruire, ricordandosi che quel rumore che ha sentito durante il sonno era proprio il camion delle pulizie. La multa è incollata sul parabrezza a dispetto di un leggero vento mattutino. Non ci fa neanche caso alla cifra precisa, sono numeri che in questo momento lo fanno soltanto incazzare. E poi sa che se non la pagherà subito quei numeri cambieranno, tra spese di notifica e tutto quanto. Eppure l’aveva sempre spostata la macchina, è la prima volta che gli succede. Ha un primo impulso di accartocciare la multa, poi si trattiene e la sgualcisce soltanto un po’. La getta sul sedile con noncuranza, magari più tardi passerà dalla banca per pagarla. Un moto di rabbia gli rimane aggrappato alla faccia, tra i denti serrati e il naso che sbuffa. Mentre parte per andare in ufficio, pensa che la vita a volte sia davvero ingiusta.

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Info iltondi
Sono uno scrittore o qualcosa del genere, un precario senza che questo sia veramente un lavoro. Non so cosa cerco, ma forse un giorno lo troverò scrivendo.

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